IL vuoto l’armonia e il caos

La vita non è bella: la vita è. Tutto qui. Noi siamo esseri che vivono. E’ la nostra occasione: adesso siamo vivi. Io vivo con strane consapevolezze, dolori, saggezza, malattie.

Sono nata così. E a volte sembra che io non sia qui. A volte mi è difficile vivere. Eppure, vivo. Si può vivere in differenti mondi, e a volte il mio mondo è così lontano dall’acqua che scorre, che devo fare una doccia lunga e calda per tornare dove posso di nuovo abbracciare chi amo. Io ho un uomo nei miei giorni, capace di riportarmi in vita, in questa vita, ogni volta che perdo la strada. Basta la sa voce, meglio di una doccia, meglio delle canzoni, meglio che scrivere. Basta la sua voce e torno nella vita che ho, alla mia occasione. Per questo ho così paura di perderlo, perché mi cura, mi dona il senso della realtà. Io so tante cose, so distinguere il vero dal falso, l’ autentico dall’ adulterato, il profondo, il duraturo. Ma c’è qualcosa che mi manca, per essere presente alla realtà. Non riesco a convincermi del fatto che io sia fatta in maniera lecitamente contorta. Che va bene così. Che la vita è fatta in maniera irriverente. Che tutto l’amore del mondo non basta a dargli certezze, che tutto si perde e tutto resta, che noi possiamo creare cattedrali ma non possiamo dare un senso a qualcosa che non ce l’ha. Che non c’è niente in palio. Che puoi correre a perdifiato o con una stringente strategia, poi vincere, ma non c’è niente in palio. E puoi perdere, senza colpa o con tutto il malanimo che hai in corpo e non c’è una punizione. Che siamo liberi e soli e così capaci di sentire ciò che ci circonda e di negarlo, da vivere attimi di comunione con l’ universo e lunghe stagioni concentriche avvitate su di un solo pensiero. Sappiamo che c’è un ordine e che questo ordine ci è salutare, ma è un ordine che non ha molto di ordinato, un armonia caotica, che non butta niente. Ma che non ci appartiene. Ne abbiamo bisogno, ma non è nostra se non in sprazzi di vuoto.

Io vorrei convincermi che la vita e il suo dispiegarsi siano qualcosa che mi appartiene, in tutti i mondi che visito, in tutte le dolcezze e le asperità che sperimento, nella malinconia e nella guerra. Che anche quando fuggo dalla realtà, anche quando la realtà si frammenta, quando diventa evanescente, c’è vita, perché io sono viva. E non importa che la mia vita sia così, piena di domande, priva d’ordine e che la mia gatta abbia sempre uno sguardo interrogativo e mai un quieto sguardo da gatto. Siamo perplesse, ma questo stupore e questa ricerca non devono per forza essere un ostacolo alla vita. Questo stupore, questo sguardo perplesso, sono la nostra vita. Poi la sua voce e tutta la nostra perplessità si tramuta in un sorriso, e poi nel riso, ridere di questa vita che di senso ne ha pochino. Il solo senso è lasciare che questa armonia, così complessa e avvolgente si ricrei dentro di noi e tramite noi.

Questo, per me, è il senso del lavoro

il Che Il lavoro manuale e il disegno, le forme, hanno questa magia, quando lavoriamo con tutte le nostre facoltà che collaborano e mettiamo a tacere il pensiero discorsivo, è facile che riproduciamo queste armonie connaturate. Lo sport che faccio non ha lo stesso potere. Ma quando disegno o coloro, allora sì. So ciò che va fatto o so in che direzione cercare, provare. Anche dipingere un muro o montare un mobile di Ikea hanno lo stesse potere. Lasciare agire la mente e il corpo così come sanno e devono fare. La nostra mente è fatta per creare e seguire percorsi, per essere impegnata in qualche esercizio. Quando l’esercizio lascia un piccolo spazio alla creazione, noi andiamo a ricreare l’ordine infinito dell’universo.