Ho un amico pittore…

Ho un amico pittore che mi spinge a buttarmi a grandi passi nel mondo dell’arte: galleristi, critici, corniciai….
Non so, per quel che mi riguarda, mi adagerei in un negozietto virtuale in cui vendere oggetti d’arte applicata. Mi piacerebbe collaborare con qualcuno e produrre borsette di stoffa con le mie foto elaborate e stampate… oppure venderei le foto e basta e qualche disegno e magari i vestiti tirolesi che compro a via Sannio….
Insomma, il animo freack, che ha sempre considerato l’idea di trasferirsi in polinesia a vedere parei dipinti con le mie manine, si trova a combattere con il mio animo politico che non ne può più delle ritirate strategiche e lo spinge ad uscire allo scoperto per dare un contributo programmatico al mondo…
Può un animo freack convivere con la sua parte terzointernazionalista?
Può la creatività trovare un bilanciamento tra antichi romani e borsette di stoffa fiorata? Perché tutto non si può fare e una sintesi bisogna trovare….
La nuova onda

La manifestazione di oggi è stata talmente bella, talmente grande… I lavoratori della scuola erano moltissimi ma chi mi ha preso il cuore sono stati gli studenti, i medi soprattutto. Con i loro cerotti sulle guancie, la voglia di rivendicare il loro diritto al futuro e la capacità di lottare e e di divertirsi nello stesso istante.
Ho visto anche fascistelli aggirarsi per il corteo, perché non c’era nessun’altro luogo dove andare oggi a Roma. Sono stati risucchiati dalla manifestazione. Ma erano molto giovani e non avevano camion alle spalle con dentro le spranghe …
Questo per dire, che dopo tanti anni mi è sembrato che le idee di giustizia sociale e di dignità di chi lavora e studia abbiano di nuovo preso il sopravvento. Mi è sembrato che i ragazzi siano usciti dagli stadi e dalle bische, siano saltati giù dai muretti e abbiano deciso di giocare un gioco più grande.
La Cina è vicina 2
Molti anni fa ho vissuto a San Francisco, il mio palazzo era a pochi metri dalla porta di ingresso di Chinatown. Molti cinesi erano cattolici e frequentavano la chiesa dove si riuniva anche la comunità italiana. Quando sei all’estero ti trovi a fare cose che pensi non faresti mai e oltre a cantare “Il Carazzone” di Renato Zero ubriaca e con con le lacrime agli occhi insieme ad un gruppo di connazionali “esuli” con me, sono andata alla messa di Natale con il mio fidanzata americano che, ubriaco, credeva di essere satana. Le occhiate appuntite dei cinesi seduti a fianco a noi erano identiche a quelle che mi avrebbero lanciato dei comuni cattolici italiani. Vagando per Chinatown di notte con il mio solito fidanzato ubriaco, che faceva la pipì lungo i muri, cosa che in America ti può costare una notte in gattabuia, ho visto altri accenni di disapprovazioni molto famigliari, come famigliare era l’espressione di chi stazionava fuori dalle bische dove grassi cinesi con gli anelli d’oro ai mignoli giocavano d’azzardo. Insomma, cinesi e italiani erano le due comunità che più si somigliavano: familiste e un po’ mafiose tentavano di far soldi per poi diluirsi, la generazioni successiva, nel tessuto della città, e diventare alti e nerboruti come un qualsiasi californiano. La cosa che però mi è rimasta più impressa, è successa mentre frequentavo i corsi serali di inglese per stranieri nella scuola della comunità cinese. Come bianca avevo acquisito il dono della trasparenza, nessuno mi vedeva, quando l’insegnante ci chiedeva di fai passare i fogli per gli esercizi i miei compagni di classe mi saltavano regolarmente. Un giorno l’esercizio fu quello di copiare la scritta NO SMOKING appesa al muro. I miei compagni di classe non conoscevano i caratteri latini e mentre erano intenti a ricopiare tutte quelle letterine, mi venne un’idea che cambiò, ai loro occhi, la densità del mio corpo: tentai di copiare NO SMOKING scritto in caratteri cinesi e chiesi al mio compagno di banco se lo avevo scritto bene. Lui mi fece una correzione, mi disse che ora sì che andava bene e mi sorrise. Dopo un’oretta uscii dalla classe e una ragazza mi indicò dove era il bagno senza che io glielo chiedessi. Non solo avevo riacquistato un corpo visibile, ma adesso mi leggevano nel pensiero!
Per dire, ci vuole certamente un po’ di tempo per entrarci in contatto, ma i punti in comune tra noi e i cinesi sono più di quelli che possiamo immaginare.
Un tunnel ricoperto di specchi
A volte capita. Una fitta al cuore. Fa male, fa paura, ma succede. Lui era lì con te e all’improvviso ti ritrovi sola. Le vostre vite si dividono. Ognuno prosegue dentro un tunnel ricoperto di specchi. Anche se si è solo in due, due esseri umani, i legami che uniscono a volte si spezzano. Il cielo e la Terra si allontanano, la luce cambia, il sole scompare. Fa male, ma succede. Mi dico: l’importante è continuare a vedere, non perdere la capacità di vedere. Ho gli occhi grandi, a cosa servirebbero se non a vedere. Continaure a guardare per non fare del tunnel ricoperto di specchi anche la mia di prigione. Il mondo fuori dal tunnel è così grande, così vario e fa paura se si è soli a guardarlo, ma per quanto possa essere spaventoso, violento, oscuro sarà sempre più vero di quanto possa essere il tunnel ricoperto di specchi in cui guardo le sagome dei nostri fantasmi.
Cavallo di vento
Livello V dello Shambhala Training: fatto.
Sono arrivata fino in fondo. E’ stato duro, piuttosto duro. Ne sono uscita intera, ma acciaccata. Tutta una serie di tumefazioni sono riapparse sulla mia pelle. Tutti i pali presi camminando a testa bassa hanno nuovamente chiesto il conto. Come Haruki Murakami e chissà quanti altri, io non trovo niente di particolarmente affascinante nel coltivare il vuoto dentro di me… nel diventare trasparente, evanescente o permeabile. Io sono nata già così. Essere incline a svaporare, essere maestra nello scomparire, farsi trapassare dalla volontà altrui non sono esperienze così esaltanti come si possa credere seguendo un percorso meditativo. Sono esperienze, sono accadimenti che fanno parte delle possibilità insite nella natura umana, ma non sono cose di per sé piacevoli o illuminanti. Anzi, se fai queste esperienze quando sei piccolo-piccola, fai una gran fatica a vivere e cerchi qualcosa di solido dentro di te a cui aggrapparti. Continui a cercare questo grumo che sia solo tuo. In cui nessuno possa mettere le mani. In cui nessuno possa andare a frugare. Qualcosa di luminoso e forte che sia tuo, ma che sia anche di tutti gli altri, altrimenti diventerebbe un altro buco in cui potresti perderti. Essere fatta di una qualche materia solida come tutti, questo sì che ho sempre pensato fosse una cosa sana, e utile. Utile a me a utile al prossimo. Beh, io credo che in proporzioni differenti siamo tutti fatti di un qualche grumo luccicante e persistente e di una massa variabile e inconsistente. Siamo tutti in rapporto con l’esterno e abbiamo tutti un punto interno da cui partire… però però… pare che per la maggioranza delle persone le proporzioni di cui parlavo siano differenti da quelle che formano la mia vita e quella di Haruki M. di Tamura Kafka e della mia amica Gilda. E così quando c’è qualcuno di fronte a me seduto su un cuscino che parla a nome di quel grumo ad una platea di una certa consistenza numerica, cerca sempre di fare a pezzi corazze e barriere per farti fluttuare nello spazio. Oddio!! Non so quante volte a tutti loro sia capitato di fluttuare, ma è uno sport pericoloso: ti puoi perdere! Il più delle volte così ci si perde.
Bene questi sono tutti miei dubbi, però c’è qualcosa nel percorso Shambhala che mi fa restare con loro. Una sorta di rassicurazione. Una qualche rete trasparente che sento mi proteggerà.
Alcune persone che so mi prenderanno per la giacchetta se il paracadute non si dovesse aprire. Beh, sicura al 100% non è che lo sia, però… ci sono sempre io e forse è di me che ho ancora più fiducia, nella mia capacità di fermarmi prima di farmi male davvero.
E poi c’è sempre la Fata Turchina, quella coi baffi, con cui mi accompagno, che vede tutto in termini di performance sportiva, riportando i miei voli iper uranici a qualcosa di più facilmente circoscrivibile: crosticine da rompere e medagliette da conquistare. Da quando lo conosco mi ha sempre rimesso con i piedi per terra.
Al di là dell’aspetto torturante, con il quinto livello Shambhala ho conquistato l’insinuante consapevolezza di poter fare affidamento sulle mie visioni. Su quei momenti in cui sai esattamente dove andare a parare.
Ogni volta che ho incontrato un uomo da amare ho avuto la certezza di ciò che dovevo fare. Però amare per me è più semplice che trovare la mia missione. O meglio: amare è quella parte della mia missione che mi era permesso realizzare. In amore sono stata sempre molto determinata, quasi spietata e ho infuso nell’amore una dedizione assoluta. Ne sono sempre stata molto fiera. La mia parte guerriera si è sempre espressa nell’amore, senza sconti. Per il resto un disastro. Nessuna visione in vista. Dubbi a non finire.
Con Bachcu e i Duumcathu, devo dire, la visione l’ho avuta, riconosciuta e ho anche cercato di realizzarla pero’ c’era sempre qualcosa di dolente in me, qualcosa che mi impediva di andare – con quello che il mio maestro di kendo definirebbe ardimento – dritta per la mia strada, superando ogni ostacolo con una certa dose di ebbrezza e divertimento. Bene, per il momento ho fatto mente locale su un paio di brevi visioni che in effetti mi sono balenate come tali davanti agli occhi. Staremo a vedere quanto vento si alzerà nell’impresa di realizzarle.
WHY ?
Viale Giulio Cesare angolo via Vespasiano, esco da Feltrinelli. Nella busta due libri di Maurice Merleau-Ponty. Sono felice: ho trovato quello che cercavo, ho consegnato il bancomat alla cassa, ho digitato il Pin e ho avuto indietro il mio bottino. Sto per slegare il motorino, poi vedo un ragazzo che corre, in mezzo alla strada. Due uomini lo inseguono. Il ragazzo corre piano, la paura gli spezza il fiato, la paura gli consiglia di rallentare. Un uomo gli urla di fermarsi, mette la mano sulla pistola. Il ragazzo si butta per terra. Uno dei due uomini gli affonda un ginocchio nel torace, lui urla, non può essere il dolore, urla così forte, non è il dolore che lo fa urlare.
Dice:
“No aspetta, aspetta, ti prego”.
Urla: WHY ?
Gli mettono, le manette.
Alzati , alzati ! Perché? Lo sai perché. Alzati. Monta in macchina!
Sì, Sì. Aspetta, ti prego. Aspetta. WHY ?
Il ragazzo sale in macchina, si butta sdraiato sul sedile.
Alzati, che fai?
Sì, sì. WHY ? WHY?
Erano circa le 13.30 di oggi, sabato 16 agosto 2008. La macchina in cui è salito il ragazzo era della Guardia di Finanza. C’era un ragazzo vicino a me, straniero, sorridendo ha detto: Giustizia è fatta!
SUPERFLAT
Cercando su Google fotografie di Haruki Murakami per il blog che curo dedicato ai suoi libri ed ai fili che da essi si diramano, mi sono imbattuta nelle opere del suo quasi omonimo Takashi Murakami, artista poliedrico creatore del movimento Superflat, rivisitazione in chiave pop della tradizione pittorica giapponese.
Saranno cugini, mi sono chiesta ? La loro sarà una congiura familiare per riportare il Giappone al centro della scena culturale internazionale tramite il ruminamento e lo stravolgimento in salsa nipponica della cultura occidentale? Quello che è certo è che entrambi i Murakami fanno opere interessanti e delle quali subisco il fascino.
Takashi, al contrario di Haruki, ama lavorare circondato da una corte. Ha fondato, oltre al movimento Superflat, la factory Kaikai & Kiki e insieme a lui lavorano Aya Takano e Chiho Aoshima. Su questo sito potete vedere le opere di entrambi queste artiste e i loro nomi, soprattutto quello di Chiho Aoshima, sono tra quelli che maggiormente attraggono lettori su questo sito. Presto perciò scriverò di loro, di Takashi e del movimento Superflat, in mondo da capire meglio la cultura giapponese, così misteriosamente capace di essere apparentemente comprensibile e sottilmente oscura ai nostri occhi.
E così, invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami mi sta aiutando a tessere un complicato intreccio.
Partita da un albergo di Sapporo, sono discesa in un pozzo profondo dove guardavo con mille occhi la realtà; in una radura ho visto un bagliore argentato rubare per sempre i ricordi ad un bambino che invecchiò senza poter crescere e si ritrovò in una stanzetta invasa da mille videogiochi a progettare la morte.
Ho guardato il Giappone che mi hanno mostrato, narcotizzato dal dolore più grande che l’umanità abbia mai regalato. L’ho visto galleggiare con leggerezza ironia sopra un fungo gigante, guardando cartoni animati che per mille volte raccontano come riuscire a sconfiggere i mostri e continuare a vivere in una realtà deformata.
Se siete interessati alla visione del Giappone attraverso la lente del concetto di Superflat definito da Takashi Murakami, artista visivo e fondatore della Kakai & Kiki, e Hiroki Azuma, critico e filosofo, leggete la pagina dedicata al SUPERFLAT nel mio sito Haruki Murakami, per me, attualmente in costante aggiornamento. Lì sono riportati, oltre ad alcuni post, che descrivono il percorso che mi ha portato ad interessarmi dal movimento SUPERFLAT, testi di questi due autori, altrimenti non disponibili in italiano su internet.
Le Vie dei Canti e le visioni delle donne

Sulle tracce degli aborigeni australiani, sono entrata da Feltrinelli e ho comprato 10 canoe e le Vie dei Canti.
Il personaggio Bruce Chatwin mi era sempre stato antipatico, perciò di lui non avevo mai letto niente. Ora, però, era arrivato il momento.
Inizio a leggere: libro scorre senza intoppi. Lo mando giù come mi era capitato solamente con Dona Flor e i suoi due mariti. Non che lo trovi una gran lettura, però è piacevole: un sacco di gente che compare e scompare e ogni tanto qualche notizia da annotare sull’Australia e sulle popolazioni nomadi di mezzo mondo. Chatwin non è mai lì dove si trova il suo racconto. I luoghi che vede, le persone che incontra sono solo sabbia che scorre tra le sue dita. Un uomo così non è una persona di cui ci si può fidare, penso. Poi piano piano inizio ad abbandonarmi ai suoi pensieri. Per essere antipatico è antipatico, però inizio a fidarmi di lui. Ha un’intelligenza pronta, cattura molti dati interessanti, poi scivola via. Te li mostra, poi guarda fuori, dopo qualche pagina ci torna su, parlando d’altro e piano piano tesse delle reti e la realtà assume un colore nuovo.
Il mio segnalibro pieno di stelle è a pagina 203. A pagina 159 ho iniziato ad agghindare il libro di post-it colorati. Alcuni dei pensieri di Chatwin, chiariscono i miei e non voglio perderli. Pagina 159, dicevo, lì compare un’idea così semplice da lasciarti l’impressione di essere vera. Gliela suggerisce Arcady, il suo compagno di viaggio. Arcady è un australiano di origine russa, buono e generoso. Non ci sono motivi per dubitare di Arcady. Tempo prima Arcady aveva regalato a Chatwin le Metamorfosi, Chatwin legge quel libro durante una pausa del viaggio, e annota:
Lessi di Giacinto e Adone; di Deucalione e del Diluvio; degli “esseri viventi” plasmati col tiepido fango del Nilo.Poi, pensando a ciò che ora sapevo delle Vie dei Canti, mi venne in mente che la mitologia classica, nel suo insieme, potrebbe rappresentare le vestigia di una gigantesca ” mappa del canto”, e che tutte le scorribande degli dei e delle dee, tutte le caverne e le sorgenti sacre, le sfingi e le chimere e tutti gli uomini e le donne che divennero usignoli o corvi, echi o narcisi, pietre o stelle, potrebbero essere tutti interpretati in termini di geografia totemica.
E’ come prendere la nostre radici che vagavano nell’aria e rimetterle nella terra. E’ come riunire il cielo e la terra e fare dei nostri miti, che tanta cultura legge solo come archetipi persi in un mondo immateriale, qualcosa che non separa la Terra su cui viviamo dal ciò che si agita dentro di noi.
A pagina 168 è nuovamente Arcady a svelare un segreto.
Arcady tacque per qualche secondo, poi, quando ebbe ripreso il controllo di sé, cominciò a spiegargli con calma e buonsenso (…) [che] la differenza stava nel modo di vedere le cose. I bianchi, per adattare il mondo alla incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo come era prima.
Con il mio caro professor Nkafu, studiando la religione tradizionale africana, ho imparato come per comprendere un popolo bisogna penetrare nella sua concezione del tempo. Ancora una volta ne ho avuto una riprova.
Ma la cosa che più sta lavorando nella mia mente, Chatwin la dissemina un po’ in tutto il libro. In una terra così vasta, vuota come l’Australia, si può essere ciò che si vuole. Ed uomini e donne sono messi alla prova da questa libertà. Gli uomini ne sono sopraffatti, e quelli che riescono ad utilizzarla per vivere secondo la loro natura, devono ricorrere a qualche forma di disciplina. Le donne, invece, in questa libertà riescono a sentirsi appagate, non tutte, ma alcune ci riescono e mostrano al mondo il loro sorriso, divertite. Jobst, il mio mentore, come lo chiamo, il mio maestro Shambhala, mi ha parlato delle Daikini. Entità femminili, fatte di spirito o di carne, buone o cattive che siano, che vivono questa libertà. Mi ha detto: ” Voi donne a volte siete così libere!”. E la mia mente pensava “Accidenti! E’ vero! Non abbiamo bisogno di tutte quelle strutture che si danno gli uomini, eppure abbiamo una visione di noi come esseri naturalmente volti alle piccole e pratiche incombenze della vita… Crediamo che, visto che facciamo i figli, abbiamo anche, per natura, la propensione ad accudirli dentro un rigido rituale fatto di orari certi e abitudini che si ripetono…. anche se la cosa ci avvilisce, ci sentiamo in pace con il nostro senso del dovere solo se ogni giorno ripetiamo tutta una serie di incombenze. E pensiamo che gli uomini siano per natura volti alla ricerca di altro che non sia il quotidiano: la guerra, le gesta, l’avventura…”
E’ strano parlare in questi termini, ma penso che certe strutture mentali esistano. La certezza che gli uomini e le donne siano fatti in maniera differente, si va a incastrare con una visione del ruolo sociale, che quando diventi madre si impossessa di te. Invece credo esista qualcosa di terribilmente audace nascosto nel cuore delle donne, che coniuga la necessità di essere utili con quella di seguire le proprie visioni.
Anche questo blog, e tutti i miei blog, non sono che questo. A piccoli passi mi muovo spinta da questa da questa necessità: essere utili al prossima, al mondo che è fuori inseguendo le mie visioni.
Pubblicato per la prima volta su Paola Pavese
Gomorra

Ieri ho visto Gomorra. Quando sono uscita dal cinema mi sentivo male, mi veniva da vomitare. Per tutta l’ultima sequenza ho sentito questa nausea, non ce la facevo più. Loro andavano in moto, sicuri di fare finalmente il loro primo morto e io avevo paura che sarebbe stati loro a morire. Mentre la strada si faceva sempre più stretta, ad ogni sobbalzo, ad ogni cunetta presa dalla moto, mentre andava verso il mare, mi veniva da vomitare. Uno dei due era così magro, avevo un corpo così fragile che il pensiero che qualcuno potesse fargli del male mi sembrava davvero contro natura, qualcosa che andava nel verso contrario a quello naturale degli eventi, un pensiero nauseante, rivoltante. Il ragazzo magro, con la coca in corpo, qualche scena prima, davanti a quello stesso mare, aveva ballato come solo un ragazzino può fare. I ragazzini vivono fermando il presente. Loro hanno il diritto di farlo, ma se tutto il mondo che hanno intorno vive come se contasse solo ciò che vive in quell’istante, davanti ai loro occhi, dentro le loro vene, allora tutto può succedere. Io amo Napoli per la vita che c’è nella gente, nelle pietre, nel mare, nella terra, ma ad ogni respiro senti come la vita non si fermi mai davanti alla morte, come il confini sia intangibile. Ora sei vivo, ma quello che succede se giri l’angolo non lo sai. E tutti stanno in allerta e sono più vivi che in ogni altro posto che io abbia conosciuto, ma c’è qualcosa che non torna, una tensione mortifera. La prepotenza feroce e la più nobile cortesia nello stesso luogo, nello stesso istante e senti che la prepotenza, ai punti sta vincendo.
Vortice

Pubblicato la prima volta in Diario Fotografico di Paola Pavese
Sono passati tanti mesi, più di un anno. Di loro qualcosa ho capito. La loro mente è veloce, la risposta immediata. I desideri corrono determinati, si intrecciano, si scontrano, si abbracciano. Sono vivi.
Da prima li ho guardati. Io non sapevo dove andare, loro avevano una direzione, un cammino chiaro davanti agli occhi. Poi ho iniziato seria e commossa a lavorare con loro, l’unica autorità che riconoscevo. Poi con loro ho cominciato a provare allegria. A me piace essere lì dove si combatte, con una visione chiara ma quanto può essere chiara la visione in una battaglia ? Con loro ho imparato proprio questo, di me. Essere lì dove la vita c’era, e se era battaglia essere nella battaglia, se era noia essere nella noia: la vita per me era questo e ora, a metà della mia vita la vita sono pronta a viverla.


