Casimiro e Giuditta

Il gatto tranquillo vagava nel porto.
Il sole era caldo e la brezza marina rendeva l’aria frizzante.
Il gatto, Casimiro il suo nome, andò verso il molo.
Le onde tranquille si lasciavano cullare dalla risacca e tranquille cullavano i pensieri del gatto, che vagava leggero tra le sue riflessioni. Arrivato al termine del molo Casimiro si fermò poi, dopo essersi stirato ben bene, si sedette sulle zampe posteriori. Con lo sguardo seguiva lo scintillio del sole sulle onde. Pensò che sarebbe stato gradevole immergersi nell’acqua, benché la sua natura di gatto dicesse il contrario. L’acqua lo chiamava, guardò giù vide il suo corpo dondolare verso il mare e poi verso la terra.null

Giuditta il delfino intanto nuotava, gli occhi nel sole, scivolava sul pelo dell’acqua. Piroettò un paio di volte, ruotando il suo corpo sentiva la superficie dell’acqua sul dorso, poi sul ventre, di nuovo sul dorso e poi di nuovo sul ventre, poi notò qualcosa: una massa di pelo dondolate si sporgeva dal molo, producendo un suono strano, rotondo e vibrante.
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“Un gatto che russa!” pensò. Uno stupido gatto che si è addormentato sul molo e che rischia di cadere in acqua e morire affogato! Dovrà svegliarlo.”

Giuditta il delfino cominciò a fischiare forte per svegliare lo stupido gatto. Ma Casimiro sentendo quel suono pensò ai discorsi dei marinai ubriachi, che nella taverna passavano le sere prima di tornare a navigare in mare aperto. Si ricordò dei loro racconti: le sirene, il loro canto… e pensò ” che strano, pensavo fosse più melodioso, o forse son io che non riesco a sentirlo bene ” e chiuse gli occhi. Le oscillazioni di Casimiro sul molo si fecero più ampie. Giuditta il delfino aveva il cuore che batteva all’impazzata. Gridava, saltava, si tuffava e poi riemergeva, disperata.

Poi un palo, che sorreggeva il molo, gli si fece innanzi. Giuditta lo vide solo all’ultimo istante, non riusci a schivarlo. Il sangue, caldo, innondò la sua mente, un momento di sorpresa e Giuditta non c’era più.

Casimiro aprì gli occhi. “Che strano” pensò. Mi è sembrato di sentire il rumore di un delfino che salta, ma non vedo nulla, solo una macchia rossa nel mare, sarà un branco di gamberetti”. E se ne andò.

Roma, 1993

2 Commenti

  1. Antonella Pavese

    Accidenti, questo pezzo  scioccante…
    1993… Cosa ti succedeva in quel periodo?
    Povera Giuditta…

  2. Paola Pavese

    Non sono sicura fosse il 1993, devo fare una piccola ricerchina e verificare meglio il periodo. Comunque… era in atto una riflessione sul rapporto simbiotico tra me e mamma e sui rischi che le visioni infantili di onnipotenza e di responsabilit onnivora portano con s. Quando pensi che sia tuo dovere intervenire sulla realt avendo come unica chiave di lettura la tua percezione. E poi ho un po’ di dolore da esprimere, perch il mio amore si dibatte nei suoi sensi di colpa e vuol stare lontano da me e la mia paura dell’ abbandono, sempre vigile, si risvegliata. Quando ho paura di essere abbondanata la mia anima simula la morte e la racconta, cercando colpe da espiare e la colpa sempre la stessa: aver tentato di capire la realt, aver agito mentre ero ancora immersa in liquido amniotico che mi impediva di capire dove finivo io e dove iniziava il mondo. Baci

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