Le Vie dei Canti e le visioni delle donne

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Sulle tracce degli aborigeni australiani, sono entrata da Feltrinelli e ho comprato 10 canoe e le Vie dei Canti.

Il personaggio Bruce Chatwin mi era sempre stato antipatico, perciò di lui non avevo mai letto niente. Ora, però, era arrivato il momento.
Inizio a leggere: libro scorre senza intoppi. Lo mando giù come mi era capitato solamente con Dona Flor e i suoi due mariti. Non che lo trovi una gran lettura, però è piacevole: un sacco di gente che compare e scompare e ogni tanto qualche notizia da annotare sull’Australia e sulle popolazioni nomadi di mezzo mondo. Chatwin non è mai lì dove si trova il suo racconto. I luoghi che vede, le persone che incontra sono solo sabbia che scorre tra le sue dita. Un uomo così non è una persona di cui ci si può fidare, penso. Poi piano piano inizio ad abbandonarmi ai suoi pensieri. Per essere antipatico è antipatico, però inizio a fidarmi di lui. Ha un’intelligenza pronta, cattura molti dati interessanti, poi scivola via. Te li mostra, poi guarda fuori, dopo qualche pagina ci torna su, parlando d’altro e piano piano tesse delle reti e la realtà assume un colore nuovo.
Il mio segnalibro pieno di stelle è a pagina 203. A pagina 159 ho iniziato ad agghindare il libro di post-it colorati. Alcuni dei pensieri di Chatwin, chiariscono i miei e non voglio perderli. Pagina 159, dicevo, lì compare un’idea così semplice da lasciarti l’impressione di essere vera. Gliela suggerisce Arcady, il suo compagno di viaggio. Arcady è un australiano di origine russa, buono e generoso. Non ci sono motivi per dubitare di Arcady. Tempo prima Arcady aveva regalato a Chatwin le Metamorfosi, Chatwin legge quel libro durante una pausa del viaggio, e annota:

Lessi di Giacinto e Adone; di Deucalione e del Diluvio; degli “esseri viventi” plasmati col tiepido fango del Nilo.Poi, pensando a ciò che ora sapevo delle Vie dei Canti, mi venne in mente che la mitologia classica, nel suo insieme, potrebbe rappresentare le vestigia di una gigantesca ” mappa del canto”, e che tutte le scorribande degli dei e delle dee, tutte le caverne e le sorgenti sacre, le sfingi e le chimere e tutti gli uomini e le donne che divennero usignoli o corvi, echi o narcisi, pietre o stelle, potrebbero essere tutti interpretati in termini di geografia totemica.

E’ come prendere la nostre radici che vagavano nell’aria e rimetterle nella terra. E’ come riunire il cielo e la terra e fare dei nostri miti, che tanta cultura legge solo come archetipi persi in un mondo immateriale, qualcosa che non separa la Terra su cui viviamo dal ciò che si agita dentro di noi.

A pagina 168 è nuovamente Arcady a svelare un segreto.

Arcady tacque per qualche secondo, poi, quando ebbe ripreso il controllo di sé, cominciò a spiegargli con calma e buonsenso (…) [che] la differenza stava nel modo di vedere le cose. I bianchi, per adattare il mondo alla incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo come era prima.

Con il mio caro professor Nkafu, studiando la religione tradizionale africana, ho imparato come per comprendere un popolo bisogna penetrare nella sua concezione del tempo. Ancora una volta ne ho avuto una riprova.

Ma la cosa che più sta lavorando nella mia mente, Chatwin la dissemina un po’ in tutto il libro. In una terra così vasta, vuota come l’Australia, si può essere ciò che si vuole. Ed uomini e donne sono messi alla prova da questa libertà. Gli uomini ne sono sopraffatti, e quelli che riescono ad utilizzarla per vivere secondo la loro natura, devono ricorrere a qualche forma di disciplina. Le donne, invece, in questa libertà riescono a sentirsi appagate, non tutte, ma alcune ci riescono e mostrano al mondo il loro sorriso, divertite. Jobst, il mio mentore, come lo chiamo, il mio maestro Shambhala, mi ha parlato delle Daikini. Entità femminili, fatte di spirito o di carne, buone o cattive che siano, che vivono questa libertà. Mi ha detto: ” Voi donne a volte siete così libere!”. E la mia mente pensava “Accidenti! E’ vero! Non abbiamo bisogno di tutte quelle strutture che si danno gli uomini, eppure abbiamo una visione di noi come esseri naturalmente volti alle piccole e pratiche incombenze della vita… Crediamo che, visto che facciamo i figli, abbiamo anche, per natura, la propensione ad accudirli dentro un rigido rituale fatto di orari certi e abitudini che si ripetono…. anche se la cosa ci avvilisce, ci sentiamo in pace con il nostro senso del dovere solo se ogni giorno ripetiamo tutta una serie di incombenze. E pensiamo che gli uomini siano per natura volti alla ricerca di altro che non sia il quotidiano: la guerra, le gesta, l’avventura…”
E’ strano parlare in questi termini, ma penso che certe strutture mentali esistano. La certezza che gli uomini e le donne siano fatti in maniera differente, si va a incastrare con una visione del ruolo sociale, che quando diventi madre si impossessa di te. Invece credo esista qualcosa di terribilmente audace nascosto nel cuore delle donne, che coniuga la necessità di essere utili con quella di seguire le proprie visioni.

Anche questo blog, e tutti i miei blog, non sono che questo. A piccoli passi mi muovo spinta da questa da questa necessità: essere utili al prossima, al mondo che è fuori inseguendo le mie visioni.

Pubblicato per la prima volta su Paola Pavese

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