I BARBARI. Saggio sulla mutazione. Di Alessandro Baricco

Pubblicato per la prima volta su Haruki Murakami, per me

Ve l’avevo detto, io non leggo romanzi, leggo saggi. E “I Barbari” è un saggio, ma con tutti i difetti del romanzo e del saggio messi insieme: un saggio scritto da uno scrittore. Mia sorella direbbe che è il tipico libro scritto da un italiano. O meglio, non so se lei lo direbbe, ma mi sono venute in mente le sue parole mentre lo leggevo: non riesco più a leggere libri scritti da italiani…Perché credo che Baricco qui mostri uno dei tratti più fastidiosi dell’intellettualità italiana: una prevedibile presunzione. Che ti puoi aspettare da Baricco? la presunzione, e lui non ti delude. Detto questo, il libro di Baricco, proprio tramite la sua prevedibile presunzione, mentre lo leggi e dopo che hai finito di leggerlo, lavora dentro di te. Il suo tratto più eloquente, quella prevedibile seduzione attuata con la presunzione, ormai limata dal passare degli anni, è il suo grimaldello. Lui tenta di sedurti con le sue teorie e in parte ci riesce, in parte gli risesti. Per sedurti ha usato una prosa sufficientemente chiara per poterti catturare e sufficientemente oscura per poterti trattenere. Oscura in ciò che omette, in ciò che tralascia e che stende un velo ancora più seducente sulle sue idee. Perché parlo di questo, invece che delle idee che nel saggio Baricco enuncia e ripete, nasconde e chiarisce? Non lo so bene. Forse perché questo gioco che lui fa con il lettore è più importante delle idee di cui parla, forse perché in questo gioco è svelato molto più di quel fastidio che in un primo momento induce. Baricco parla di mutazioni, di come i prodotti culturali e i luoghi in cui questi vengono distribuiti stiano mutando. Lo fa ricucendo, per non dire rubando, una serie di idee che vengono da altri luoghi, da fonti che  fa intravedere ma che non cita mai. Scrive come se stesse fornendo una teoria interpretativa del reale, mentre in relatà parla di una piccola fetta di realtà. Lo dice all’inizio:

” Ci sono alcune cose che mi va di capire, a proposito di quel che sta succedendo qui intorno. Per “qui intorno” intendo la sottilissima porzione di mondo in cui mi muovo io: persone che hanno studiato, narratori, gente di spettacolo, intellettuali, cose così. Un mondaccio, per molti versi, ma alla fine è lì che le idee pascolano, ed è lì che sono stato seminato. Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”

Dunque Baricco parla del suo piccolo pezzo di mondo, della zolla di terra su cui sta seduto, perché la ritiene una zolla significativa: partendo da lì è sicuro di avere le chiavi che gli apriranno l’accesso a quel nuovo mondo che da qualche parte ha letto che si sta formando, o che già vive.

Bene, credo che questo gioco che ogni intellettuale che abita la mia stessa zolla di terra fa, non possa funzionare, non può funzionare fino in fondo. Guardando dal buco della serratura dello sgabuzzino in fondo al corridoio non puoi vedere i fiori del giardino, né i coltellacci in cucina. E’ inutile: anche se origli i discorsi dei grandi, nascosto sotto le coperte del tuo lettino, anche se ti avventuri e cerchi di spiare tua sorella che si fa il bagno nella vasca, non potrai capire più di tanto il mondo che ti aspetta.

Ma Baricco lo fa. Almeno lui lo fa. E quindi anche in italiano abbiamo un compendio su cosa la borghesia di sinistra della periferia dell’impero pensa che stia succendendo nel ventre molle della Terra. Ed è interessante. Lui dice che nella nuova era la gente, ormai stanca di procedere all’esplorazione delle profondità delle cose, visti i pericoli che si corrono e che l’Occidente ha corso con le guerre e le rivolzioni, visto il dolore che si genera, cerca di collezionare esperienze non troppo invasive, tanti piccoli momenti di luce, per formare una tessitura che possa dare un senso alla vita.

Quel che dice Baricco dopo aver letto di fisica e di Google è tutto vero, è tutto nella realtà, eppure non è la Realtà, non è la Teoria Unica del Reale, non spiega la Storia. Come ogni bravo studioso di letteratura e di musica e di ogni qual si voglia prodotto culturale, lui piega la Storia, la distorcie, la saccheggia, non la rispetta tutta quanta, perchè tutta quanta non ci sta dentro la sua teoria, che pure è importante. Dimentica quel che aveva detto all’inizio “Dal resto del mondo ho perso contatto un sacco di tempo fa, e non è bello, ma è vero.”

Cosa c’entra Murakami con tutto questo? Non lo so bene, ma qualche cosa c’entra. Murakami e Terzani sono i miei compagni di viaggio per ciò che attiene alla parola scritta. Parlano di mondi differenti tra loro: uno guarda dentro, l’altro guarda fuori, ma lo fanno in modo onesto. Se devono sedurre qualcuno, non credo che lo facciano, o l’abbiano fatto, utlizzando carta e penna o dita e tastiera. Questo gli permette di essere un po’ più onesti. A mio avviso molto più onesti. E l’onestà è importante quando vuoi capire, che tu lo faccia raccontando una storia o prendendo di petto la Storia e raccontandola per filo e per segno così come te la vedi scorrere davanti.

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