La Fatina della rete in difficoltà: il caso www.harukimurakami.wordpress.com

A luglio, credo, ho creato un sito che voleva essere un diario di lettura dei romanzi di Haruki Murakami. Avevo appena finito di rileggere per l’ennesima volta il primo capitolo di Dance Dance Dance e ne avevo tratto tutta una serie di considerazioni. La lettura di quel romanzo aveva creato dentro di me come un precipitato di tutte le letture, le suggestioni che da lungo tempo andavo collezionando.

  • Il Giappone, che avevo consciuto tramite il Kendo, quello teorico delle parole dei Mestri e quello tangibile di Minami che ti salutava prima di tornare a Fukuoka con con le mani che abbracciavano le tue mani e quello struggimento leggero e profondo nei suoi occhi dentro i tuoi. (Niente di sentimentali, che vi credete! Era solo che finiva la sua vita europea e andava a cercare lavoro a casa sua. Andava a sposarsi a fare bambini, una vita si chiudeva e un’altra cominciava.)
  • Il buddismo che legge il mondo con la chiave dell’ineterdipendenza e della responsabilità, che mi aveva affascinata, conquistata sin da quando avevo letto La fatttoria biologica di Masanobu Fukuoka (ancora Fukuoka, che strano, non me ne ero mai accorta…). Avevo comprato quel libro per trovare ricette imprenditoriali, all’epoca ero dedita al ripiegamento tattico nel terzo settore, e mi ritrovavo tra le mani una visione dell’universo. Dopo la lettura di quel libro ho cercato su internet cosa ci fosse di buddistico a Roma e ho trovato un Lama francese a due passi da casa mia. Due passi. Sono stata nel suo sangha qualche anno, ci sono stata bene, si respirava un’aria di grande libertà, di sperimentazione. Poi è finita, ma il concetto di interdipendenza è rimasto nella visione che ho del mondo.
  • E poi le letture, faticosamente portate avanti e ancora nebolose sulla relatività, sulla fisica quantistica, sul tempo, sullo spazio, sull’Universo in espansione e sulle sue leggi autoprodotte.
  • E le mie esperienze, le mie difficoltà a trovare un posto nel mondo, un posto che sentissi mio, in cui mettere radici per poi andare avanti.

Tutto questo era presente, era, Dance Dance Dance. Quando ritrovo i miei pensieri, la percezione che ho del mondo nella mente di un altro, nei suoi atti, nel suo essere riuscito a combinare qualcosa di buono – Diamine! ha scritto un libro, un bellissimo libro, tradotto in tutto il mondo, partendo, in parte, dai pensieri che ho anch’io, che ci rendono difficile e così interessante la vita in nostra compagnia! –  Quando ritrovo tutto questo, dicevo, provo una grande gratitudine e un grande senso di liberazione, un’allegria che mi dà la possiblità di metermi a lavoro. E così ovviamente ho fatto un sito: Haruki Murakami, per me

Quello che segue e il post che ho pubblicato ieri note sul sito.

IL TEMPO, MURAKAMI E TIZIANO TERZANI

Ok, non sono stata ai patti, non ho scritto nulla su Dance Dance Dance Ho lasciato che passassero settimane e non ho scritto nulla. Forse non avevo voglia di fare il lavoro certo- sino che mi ero propo- sta.  Un capitolo a setti- mana: rileggere, sottoli- neare, chiosare e trar- ne delle annotazio- ni. Una parte di me lo sentiva come un noioso esercizio di presunzione. E poi c’è stato altro.Presa dalla foga della fan neofita mi sono fiondata in libreria  e ho comprato un altro romanzo di Murakami, contravvenendo a due, preziose, regole. Una me l’ ero data io stessa: la prima lettura andava fatta sui volumi delle Biblioteche del Comune di Roma, emerita istituzione che mi fa sentire cittadina di una repubblica socialista sovietica. Migliaia di volume a disposizione, gratuitamente, di chi li vuol leggere. Lettura gratuita, dunque, e che impedisce qualsiasi intervento di penna o matita sul volume. Lettura di immersione. La seconda regola, non mia, ma che forse il buon senso doveva suggerirmi, era quella di far passare un po’ di tempo, di dare un po’ di respiro perché Dance Dance Dance si sedimentasse nei miei pensieri, prima che un nuovo romanzo cercasse di trovare spazio nella mia mente.

Dunque, lettura azzardata di un nuovo romanzo: La ragazza dello Sputnik.

Nel nuovo romanzo non c’era nulla da sottolineare. L’ ambientazione, glamour, era deludente, eppure… Non ho mai letto niente di più triste. Niente che mi riportasse con simile precisione al nodo della mia tristezza: la solitudine, la condanna ad una solitudine che può essere guarita da un solo essere vivente, unico, preziosissimo esemplare della razza umana che sa radicarci alla realtà, che ha il dono di aprirci alla vita.

La lettura de La ragazza dello Sputnik mi ha lasciato in uno stato di prostrazione che in agosto, io, non posso permettermi. Agosto lo passo a Roma, da sola, completamente sola. Ho deciso quindi di tenermi lontana da qualsiasi cosa fossa riconducibile a Murakami e di buttarmi nella lettura di Tiziano Terzani. T.T. è una compagnia che mi rasserena. Leggere i suoi libri è per me come starmene al caffé a sentire i racconti eccessivi di un uomo dominato dalle sue passioni eppure estremamente onesto, sincero e dotato di un amore per la vita che può curare qualsiasi mia evaporazione.

E qui arriviamo al punto.

Da sempre soffro di un fenomeno che quando ero piccina era un vero e proprio disturbo di percezione spazio temporale. All’epoca lo chiamavo Velocite. Mi succedeva invariabilmente quando mi trovavo da sola, mi sentivo sola. Era un sensazione che si insinuava dentro di me e da cui nelle prime fasi potevo uscire con le mie sole forze, ma che in un secondo momento non riuscivo più a controllare. Allora dovevo ricorrere a mia sorella. A volte bastava la sua voce, a volte era necessario che mi prendesse la mano, che mi sfiorasse un braccio. La Velocite era una sensazione paurosa ed affascinante. Ciò che accadeva intorno a me, da prima al mio esterno, poi nei miei pensieri, diventava contemporaneamente molto veloce e molto espanso, lento. Le sensazioni tattili mi rimandavano la percezione che le parti del mio corpo fossero molto piccole e nello stesso tempo immense. Crescendo, sono guarita dalla Velocite,  è subentrata, però, la sensazione di evaporare, di perdermi, di svanire, di perdere il contatto con la realtà così com’è. Quando mi sento sola, quando non so dove siano le persone che mi legano a questo mondo, ho la sensazione di essere un palloncino che rischia di scomparire nel cielo, ho bisogno che la mia Fata Turchina faccia il suo incantesimo e comparendo mi leghi a questo mondo. La mia Fata Turchina ha i baffi ed è un uomo sensibile, ma pratico e mi ci è voluto molto per convincerlo che i miei stati di evaporazione non erano capricci molesti, ma moleste esperienze con cui combattevo ogni giorno e che solo a volte mi trovavo costretta a ricorrere al suo aiuto. Ma questa è un’altra storia.

Dopo aver letto molte pagina in compagnia di T.T. in questo ennesimo, terribile agosto, dopo aver passato giorni interi senza avere contatti con nessuno, sono arrivata ad una conclusione, o meglio ad uno spiraglio di realtà interessante, rasserenante.

Ho capito quanto sia prezioso lo scorrere del tempo: il passato, il presente e il futuro, il tempo tutto insieme, a formare la tua esperienza, a permetterti di esistere. Ho capito quanto tutto questa succeda, inesorabilmente, e che basta accorgersene per essere più tranquilli. Ho sempre percepito il presente come un incursore che spara su di te eliminando il passato. Tutto può rinascere in ogni istante, tutto può svanire. Gli altri, i miei legami, quelle persone che contro ogni mia previsione profonda, restavano, sono restati erano tutto ciò che rendeva la mia vita un procedere dal passato al presente, forse verso il futuro, ma io, da sola, non riuscivo a percepire la realtà del tempo. Leggendo Murakami e poi Terzani, ho visto altre vite, ed è stata una grande lezione. Murakami, come me, ha bisogno di quei preziosi e rari legami per avere accesso al presente, nella sua brillantezza. Murakami, come me, ha accesso a diversi mondi temporali e da solo non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. Lievemente, da Giapponese qual è, aspetta che qualcuno arrivi e gli apra le porte di un mondo di cui lui non ha le chiavi. Condividere la stessa difficoltà nel vivere con qualcuno, è un passo importante. Ti fa sentire più forte la tua natura di essere umano, di dà spunti per capire ciò che ti succede e quale sia la direzione in cui cercare. Tiziano Terzani, solo alla fine si è trovato a farsi domande sulla propria natura e intanto ha vissuto, ha vissuto la Storia, l’ha cercata, annusata, ha lasciato che gli stravolgesse l’esistenza, l’ha cercata poi in tutto ciò che la vita gli aveva regalato, ha cercato il filo della Sua storia. Ha sempre vissuto nel tempo, nel cambiamento come nella sedimentazione, e con questo ha avuto in dono la varietà, la molteplicità dell’esistenza. Ho creduto di vedere nella sua vita quest’insegnamento, lo stesso che è racchiuso nelle pagine di Dance Dance Dance: solo se accetti che la tua esperienza si snodi nello scorrere di questo universo temporale, in cui il passato, il presente e il futuro sono collegati con un ritmo ben preciso, solo se danzi, solo se non smetti di danzare al ritmo del tempo che scorre, troverai la strada che ti conduce alla realtà, quella realtà brillante, piena di luce che illumina le mille sfaccettature di cui è composta.

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