Luglio 2005 – la mattina dopo l’allenamento di fine stagione a Lavinio

Forse dovrei fare pace con la mia indisponibilità alle gite in comitiva, ai viaggi in piccoli e grandi gruppi ecc.. Non me li posso permettere. Non ci sto bene. Mi lasciano strascichi d’ansia e minano il mio amor proprio. Il fatto è che non conosco il mio posto all’interno di un gruppo quando il luogo mi è estraneo. Perché sento la mancanza del mio completamento. Da sola non sono uno. Ho bisogno di muri. Quando sono in coppia l’altro è la mia pelle. La membrana traspirante che mi contiene. Quando sono in un luogo familiare i muri delineano la mia identità. Anche l’aria di Roma va bene. Roma è la mia casa. Ma fuori Roma qualcosa dentro di me tracima. Mi disperdo e comincia l’opera del due. Divento un due. Invece di essere un uno che comunica con il mondo, mi sdoppio e comincia il gioco al massacro tra me e me. La parte che esce da me mi scruta, mi giudica e la parte che resta piagnucola, a volte si ribella, ma dura poco. Poi torna l’ansia, la paura, la mancanza. E’ un modo dell’essere senza pelle che ti chiude al mondo. Ti rende incomunicante. Come se la pelle si allontanasse da te e si trasformasse in una grande bolla ricoperta da mille occhi che ti scrutano e ti impediscono di guardare all’esterno. Restare con gli altri diventa allora una prova di coraggio, acchiappare una palla un’impresa, ridere un complicato esercizio di solfeggio. La mia pancia in tutto ciò si gonfia, perché il malessere fisico in questi casi non deve mai mancare e i miei abitatori occulti si moltiplicano. Forse dovrei mettermi in un cantuccio e ripetermi fino a convincermene: Tu sei uno, in te ci sono tutte le parti, la tua pelle e li che respira, c’è il dentro e c’è il fuori, c’è il fuori e c’è il dentro.

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