Il kendo

Non mi diverto quasi mai a fare kendo. Il più delle volte è una gran sofferenza. Soprattutto negli ultimi tempi. Nel kendo, per me, quello che conta è quanta parte di me sceglie di esistere nel confronto con l’avversario. E quanta sceglie di morire. Di restare in un silenzio mortale. E la cosa peggiore è che non sono io a decidere le percentuali. Demando questa decisione a chi mi sta di fronte. Se chi ho di fronte è cieco o sordo, io non oppongo alcuna resistenza. Se non mi vede, se al posto del mio corpo lui vede i suoi fantasmi, io cesso di esistere. In tutta sincerità posso dire, che a me non interessa sconfiggere che un paio di persone che detesto, per il resto ciò che cerco è convincermi che esisto. Certo, è facile quando hai davanti un giapponese, loro fanno kendo per divertirsi, sono così limpidi. Vogliono batterti perché è la regola e l’unica cosa che ti chiedono è di stare al gioco. I giapponesi ridono spesso mentre combattono. Sono contenti di avere di fronte qualcuno con cui giocare. Ovviamente quando si tratta di una competizione le cose cambiano e il gioco si fa serio. E’ nelle regole.

Ma qui da noi la cosa è differente. Ognuno di noi fa kendo per motivi nascosti. La passione con cui ci dedichiamo a questa disciplina ha radici forti e contorte. Dopo qualche anno,è difficile che il kendo esca dalle nostre vite, ma spesso percepiamo che c’è qualcosa di doloroso nella nostra dedizione.

Dopo un allenamento di kendo in pochi riusciamo a dormire presto e bene. Torniamo a casa che è notte, ma qualcosa ancora si agita in noi, insieme all’adrealina. Le patatine la birra e qualcosa nell’anima che è ancora accesa: abbiamo visto mille cose o per mille volte abbiamo visto sempre lo stesso fantasma e lo stesso grande vuoto che ci invade. Molti di noi rimangono un po’ insieme dopo l’allenamento si parla si beve e si mangia, e si stringono legami che diventano sempre più fonrti. Ognuno di noi ha assistito a come l’altro ha lottato con sé stesso e con il mondo intero. Arriviamo a conoscerci a fondo, a volte a volerci bene.

Le donne del kendo sono una minoranza preziosa. Ad alcune voglio molto bene, molte altre sono compagne di pratica più sincere e generose dei maschi. Non fosse per loro avrei già lasciato. Mi fanno sentire che ho diritto a sperimentare la mia trasparenza e la mia opacità, la mia lucentezza e la mia debolezza. I maschi troppo spesso hanno una gran paura e oscurano tutto ciò che non è lineare.

3 Commenti

  1. anonimus

    carissima paola, non ci conosciamo che di vista e siamo separati da 1000 e pi km sia reali che metaforici, io sono solo un vecchio maschio sulla via della spada da molti, troppi anni … ma tu hai scritto una cosa bellissima, ti ringrazio per questo … comprendere quello che hai scritto stato per me come fare un jigeiko, tu mi hai colpito ed io ti ringrazio perch mi hai mostrato un mio punto debole che provveder immediatamente a fortificare. un bacio gigante.

  2. Paola Pavese

    Grazie a te Anonimus, e …
    al prossimo jigeiko, magari a Bologna, ai prossimi campionati.

  3. Teresa

    Perche’ non rileggi quelle parole e torni nel dojo con noi? Avevo voglia di risentirti, te ne sei andata, dopo Bologna cosi’ …senza una parola, eravamo stati tutti cosi’ bene…

    Non voglio forzarti, ma mi piacerebbe che tu tornassi ad allenarti con me Giulia, Chiara, Tama, Fabiana e gli altri ……… aspetto tue notizie! Una bacio a Stefano

    Teresa

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