La paura del prossimo mio

Non riuscendo a venire a capo dei miei problemi con il lavoro ho assoldato un coach. Lui mi da dei compitini, ed io li svolgo. Questo si intitolava “La paura del prossimo mio”
Tra le mie amiche si parla molto di angeli e di famiglie angeliche. E’ come immaginare di far parte di un gruppo di anime legate da una missione. Se la mia fosse una famiglia angelica, la sua missione sarebbe quella di fare i conti con la casualità che genera abbandoni. Che genera morte e abbandoni.
Mio padre aveva un padre ferroviere che avrebbe voluto fare il cantate lirico. Mio nonno era una creatura dolce, con un peso nel cuore che gli impediva di svolgere la sua funzione di padre, di lui non so altro. Mio padre ha sempre resistito all’autorità dei fratelli della madre, i terribili zii Forino, poi suo fratello maggiore è divenuto sufficientemente grande per fargli da padre, credo. Suo fratello era un bel ragazzo, ufficiale dell’aviazione; c’era la pace in Europa e nel mondo, oramai, volare su di un aereo militare non voleva più dire giocare con la morte. Era come giocare con le macchinine dopo aver giocato con il meccano. Ma un giorno, questo ragazzo di cui ho visto una sola foto, scese dal suo elicottero e le pale dell’elica gli mozzarono la testa. Lui morì così, di distrazione. E lasciò mio padre da solo, senza l’unico uomo che avrebbe riconosciuto come padre putativo.
Mia madre aveva un grande amore da bambina: un giovane uomo, ufficiale dell’esercito, bello, allegro a cui la vita sorrideva. Tutti gli volevano bene. Così è descritto da tutti coloro che lo hanno conosciuto. Certo, la mia mamma doveva contenderselo con la sua, di mamma. I miei nonni si amarono di un grande amore. Mio nonno voleva mia nonna seduta sulle sue ginocchia anche nel momento in cui ognuno, in genere, ama stare da solo con un giornaletto nel tepore del gabinetto. Questo si narra nella mia famiglia. Ma mio nonno ricambiava l’amore di mia madre. A tutti pare certo, che, malgrado la presenza della bella nanetta Jolanda, mia nonna, Giovanni, mio nonno, prediligesse, paternamente, la figlia. E alla figlia rivolse il suo ultimo pensiero, mentre stava morendo, nell’Albania italiana. Un giorno mia madre incontrò sul treno un uomo, non so come l’abbia riconosciuta, ma le disse che Giovanni gli era morto tra le braccia e che nella morte ciò che lo tormentava fosse il pensiero di lasciare sola la sua bambina.
E così mia madre perse l’unico essere umano che l’abbia fatta felice. Si racconta nella mia famiglia che il corpo del nonno abbia incontrato il primo colpo sparato in Albania. Morì per la sorpresa.
Io ho respirato fin dalla culla la paura paralizzante per la distrazione e la sorpresa. Basta una distrazione e la vita ti punirà. Nel momento in cui ti sorprendi hai corso un gran pericolo. Chissà, forse rendersi invisibili ed osservare ogni cosa ti può mettere al riparo dal destino. Tu lo guardi arrivare, mentre lui non ti distingue, confusa tra altri cento. Ma vederlo arrivare non è certo uno sport di tutto riposo, fa un gran male. Quando guardi davvero, vedi tante cose dolorose. Potresti vederne anche altre, ci sono tante altre cose interessanti, divertenti, emozionanti da osservare, ma sarebbe una distrazione. Immergersi nella realtà in completa apertura, allora, e vedere tutto. E’ un’altra possibilità. Si riesce a sentire ciò che altri sentono, o almeno così sembra. Senti che effetto fa avere altre gambe, senti lo spazio modificarsi perché una donna tende le braccia in un abbraccio, ma tutto questo ancora non ti da la possibilità di agire. Di uscire dalla tua invisibilità e di entrare in contatto con gli altri. Ti riempi di sensazioni. Ti immergi nella sensualità dell’esistenza, che certamente in Italia è amplificata dalle nostre intenzioni seduttive e dalle statue nude che penzolano dalle nostre fontane, ma non basta. Niente è un richiamo abbastanza forte da vincere la paura. L’unica sarebbe accettare l’onda della compassione, ma tu hai mai sentito quanto sia forte, potente, quest’onda? E’ come se avessi la sensazione che potresti affogare nelle tue lacrime. Io, in realtà, non credo di sentire gli altri come dei nemici. Non credo di avere paura di loro, ma del loro dolore e delle minacce incombenti sulle loro vite. Accettare tutto questo è facile a dirsi. Ma non a farsi. Per questo amo il mio amore. Lui mi indica l’unica strada che fino adesso ho individuato come percorribile, giusta, che modifica il mio punto di vista per darmene uno migliore. Avere il senso della misura, avere buon senso, capire che la vita non è solo iperbolica, fare un passo dopo l’altro, come in montagna. E capire che tutto è più semplice di come appare, senza che per questo si perdano i dettagli e la complessità. Come vedi nell’arte del barcameno sono un principiante, faccio ancora discorsi un po’ contorti. Però una cosa mi è chiara.
Non sono gli altri il mio nemico, non sono gli altri ciò di cui ho paura. Io ho paura delle minacce del caso e del dolore che rende ciechi. Negli altri quello che mi fa paura è il dolore. Non sono gli altri, è una parte che è in ognuno. Per questo tu hai ragione a dire che gli altri mi fanno paura e nello stesso tempo posso dire che tu hai individuato un fatto ma non un’emozione. Io non ho paura dell’altro come persona, so che in lui ci sono una miriade di cose belle brutte neutre, ma una parte di ciò che popola la sua mente è ciò che rendeva ciechi mia madre e mio padre, ciò che li rendeva pericolosi e vulnerabili: la cecità. Quindi come vedi ci sono due paure distinte, provenienti da due soggetti diversi: il caso e gli esseri umani, e tutt’è due sono generate da un’unica dea: l’inconsapevolezza.

1 Commento

  1. Pyne!

    Oggi guarda caso è San Giuseppe, sarebbe stato il suo onomastico. Il suo ricordo qui è ancora forte, specie per coloro che ancora oggi a 41 anni guardano il cielo dal basso sognando di essere lassù, con la cloche di un vecchio biplani tra le mani…Era un lontano giorno del 1947, la guerra era finita da un pezzo e tutti erano felici. Un bombardiere americano correva lungo la pista ma portava le insegne italiane estava per immergersi nell’azzurro di un cielo italiano, quando una buca (italiana) lo fece impennare prima del previsto e accasciare al suolo l’istante successivo…si salvarano tutti senza un graffio.Tutti tranne lui, che essendo puntatore alloggiava nel cockpit di plexiglas, proprio alla punta del bombardiere.Fu l’unico a decollare quel giorno eil buco che lasciò fu ancora più grande!
    Non ci furono elicotteri ne pale nella sua fine, ma l’ultimo grande volo….

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