Cavallo di vento
Livello V dello Shambhala Training: fatto.
Sono arrivata fino in fondo. E’ stato duro, piuttosto duro. Ne sono uscita intera, ma acciaccata. Tutta una serie di tumefazioni sono riapparse sulla mia pelle. Tutti i pali presi camminando a testa bassa hanno nuovamente chiesto il conto. Come Haruki Murakami e chissà quanti altri, io non trovo niente di particolarmente affascinante nel coltivare il vuoto dentro di me… nel diventare trasparente, evanescente o permeabile. Io sono nata già così. Essere incline a svaporare, essere maestra nello scomparire, farsi trapassare dalla volontà altrui non sono esperienze così esaltanti come si possa credere seguendo un percorso meditativo. Sono esperienze, sono accadimenti che fanno parte delle possibilità insite nella natura umana, ma non sono cose di per sé piacevoli o illuminanti. Anzi, se fai queste esperienze quando sei piccolo-piccola, fai una gran fatica a vivere e cerchi qualcosa di solido dentro di te a cui aggrapparti. Continui a cercare questo grumo che sia solo tuo. In cui nessuno possa mettere le mani. In cui nessuno possa andare a frugare. Qualcosa di luminoso e forte che sia tuo, ma che sia anche di tutti gli altri, altrimenti diventerebbe un altro buco in cui potresti perderti. Essere fatta di una qualche materia solida come tutti, questo sì che ho sempre pensato fosse una cosa sana, e utile. Utile a me a utile al prossimo. Beh, io credo che in proporzioni differenti siamo tutti fatti di un qualche grumo luccicante e persistente e di una massa variabile e inconsistente. Siamo tutti in rapporto con l’esterno e abbiamo tutti un punto interno da cui partire… però però… pare che per la maggioranza delle persone le proporzioni di cui parlavo siano differenti da quelle che formano la mia vita e quella di Haruki M. di Tamura Kafka e della mia amica Gilda. E così quando c’è qualcuno di fronte a me seduto su un cuscino che parla a nome di quel grumo ad una platea di una certa consistenza numerica, cerca sempre di fare a pezzi corazze e barriere per farti fluttuare nello spazio. Oddio!! Non so quante volte a tutti loro sia capitato di fluttuare, ma è uno sport pericoloso: ti puoi perdere! Il più delle volte così ci si perde.
Bene questi sono tutti miei dubbi, però c’è qualcosa nel percorso Shambhala che mi fa restare con loro. Una sorta di rassicurazione. Una qualche rete trasparente che sento mi proteggerà.
Alcune persone che so mi prenderanno per la giacchetta se il paracadute non si dovesse aprire. Beh, sicura al 100% non è che lo sia, però… ci sono sempre io e forse è di me che ho ancora più fiducia, nella mia capacità di fermarmi prima di farmi male davvero.
E poi c’è sempre la Fata Turchina, quella coi baffi, con cui mi accompagno, che vede tutto in termini di performance sportiva, riportando i miei voli iper uranici a qualcosa di più facilmente circoscrivibile: crosticine da rompere e medagliette da conquistare. Da quando lo conosco mi ha sempre rimesso con i piedi per terra.
Al di là dell’aspetto torturante, con il quinto livello Shambhala ho conquistato l’insinuante consapevolezza di poter fare affidamento sulle mie visioni. Su quei momenti in cui sai esattamente dove andare a parare.
Ogni volta che ho incontrato un uomo da amare ho avuto la certezza di ciò che dovevo fare. Però amare per me è più semplice che trovare la mia missione. O meglio: amare è quella parte della mia missione che mi era permesso realizzare. In amore sono stata sempre molto determinata, quasi spietata e ho infuso nell’amore una dedizione assoluta. Ne sono sempre stata molto fiera. La mia parte guerriera si è sempre espressa nell’amore, senza sconti. Per il resto un disastro. Nessuna visione in vista. Dubbi a non finire.
Con Bachcu e i Duumcathu, devo dire, la visione l’ho avuta, riconosciuta e ho anche cercato di realizzarla pero’ c’era sempre qualcosa di dolente in me, qualcosa che mi impediva di andare – con quello che il mio maestro di kendo definirebbe ardimento – dritta per la mia strada, superando ogni ostacolo con una certa dose di ebbrezza e divertimento. Bene, per il momento ho fatto mente locale su un paio di brevi visioni che in effetti mi sono balenate come tali davanti agli occhi. Staremo a vedere quanto vento si alzerà nell’impresa di realizzarle.
WHY ?
Viale Giulio Cesare angolo via Vespasiano, esco da Feltrinelli. Nella busta due libri di Maurice Merleau-Ponty. Sono felice: ho trovato quello che cercavo, ho consegnato il bancomat alla cassa, ho digitato il Pin e ho avuto indietro il mio bottino. Sto per slegare il motorino, poi vedo un ragazzo che corre, in mezzo alla strada. Due uomini lo inseguono. Il ragazzo corre piano, la paura gli spezza il fiato, la paura gli consiglia di rallentare. Un uomo gli urla di fermarsi, mette la mano sulla pistola. Il ragazzo si butta per terra. Uno dei due uomini gli affonda un ginocchio nel torace, lui urla, non può essere il dolore, urla così forte, non è il dolore che lo fa urlare.
Dice:
“No aspetta, aspetta, ti prego”.
Urla: WHY ?
Gli mettono, le manette.
Alzati , alzati ! Perché? Lo sai perché. Alzati. Monta in macchina!
Sì, Sì. Aspetta, ti prego. Aspetta. WHY ?
Il ragazzo sale in macchina, si butta sdraiato sul sedile.
Alzati, che fai?
Sì, sì. WHY ? WHY?
Erano circa le 13.30 di oggi, sabato 16 agosto 2008. La macchina in cui è salito il ragazzo era della Guardia di Finanza. C’era un ragazzo vicino a me, straniero, sorridendo ha detto: Giustizia è fatta!
SUPERFLAT
Cercando su Google fotografie di Haruki Murakami per il blog che curo dedicato ai suoi libri ed ai fili che da essi si diramano, mi sono imbattuta nelle opere del suo quasi omonimo Takashi Murakami, artista poliedrico creatore del movimento Superflat, rivisitazione in chiave pop della tradizione pittorica giapponese.
Saranno cugini, mi sono chiesta ? La loro sarà una congiura familiare per riportare il Giappone al centro della scena culturale internazionale tramite il ruminamento e lo stravolgimento in salsa nipponica della cultura occidentale? Quello che è certo è che entrambi i Murakami fanno opere interessanti e delle quali subisco il fascino.
Takashi, al contrario di Haruki, ama lavorare circondato da una corte. Ha fondato, oltre al movimento Superflat, la factory Kaikai & Kiki e insieme a lui lavorano Aya Takano e Chiho Aoshima. Su questo sito potete vedere le opere di entrambi queste artiste e i loro nomi, soprattutto quello di Chiho Aoshima, sono tra quelli che maggiormente attraggono lettori su questo sito. Presto perciò scriverò di loro, di Takashi e del movimento Superflat, in mondo da capire meglio la cultura giapponese, così misteriosamente capace di essere apparentemente comprensibile e sottilmente oscura ai nostri occhi.
E così, invitandomi a saltare da un nodo all’altro della rete, la famiglia Murakami mi sta aiutando a tessere un complicato intreccio.
Partita da un albergo di Sapporo, sono discesa in un pozzo profondo dove guardavo con mille occhi la realtà; in una radura ho visto un bagliore argentato rubare per sempre i ricordi ad un bambino che invecchiò senza poter crescere e si ritrovò in una stanzetta invasa da mille videogiochi a progettare la morte.
Ho guardato il Giappone che mi hanno mostrato, narcotizzato dal dolore più grande che l’umanità abbia mai regalato. L’ho visto galleggiare con leggerezza ironia sopra un fungo gigante, guardando cartoni animati che per mille volte raccontano come riuscire a sconfiggere i mostri e continuare a vivere in una realtà deformata.
Se siete interessati alla visione del Giappone attraverso la lente del concetto di Superflat definito da Takashi Murakami, artista visivo e fondatore della Kakai & Kiki, e Hiroki Azuma, critico e filosofo, leggete la pagina dedicata al SUPERFLAT nel mio sito Haruki Murakami, per me, attualmente in costante aggiornamento. Lì sono riportati, oltre ad alcuni post, che descrivono il percorso che mi ha portato ad interessarmi dal movimento SUPERFLAT, testi di questi due autori, altrimenti non disponibili in italiano su internet.


