Ho un amico pittore…

img_0235

  • Ho un amico pittore che mi spinge a buttarmi a grandi passi nel mondo dell’arte: galleristi, critici, corniciai….

    Non so, per quel che mi riguarda, mi adagerei in un negozietto virtuale in cui vendere oggetti d’arte applicata. Mi piacerebbe collaborare con qualcuno e produrre borsette di stoffa con le mie foto elaborate e stampate… oppure venderei le foto e basta e qualche disegno e magari i vestiti tirolesi che compro a via Sannio….

    Insomma, il animo freack, che ha sempre considerato l’idea di trasferirsi in polinesia a vedere parei dipinti con le mie manine, si trova a combattere con il mio animo politico che non ne può più delle ritirate strategiche e lo spinge ad uscire allo scoperto per dare un contributo programmatico al mondo…
    Può un animo freack convivere con la sua parte terzointernazionalista?

  • Può la creatività trovare un bilanciamento tra antichi romani e borsette di stoffa fiorata? Perché tutto non si può fare e una sintesi bisogna trovare….

    Un tunnel ricoperto di specchi

    A volte capita. Una fitta al cuore. Fa male, fa paura, ma succede. Lui era lì con te e all’improvviso ti ritrovi sola. Le vostre vite si dividono. Ognuno prosegue dentro un tunnel ricoperto di specchi. Anche se si è solo in due, due esseri umani, i legami che uniscono a volte si spezzano. Il cielo e la Terra si allontanano, la luce cambia, il sole scompare. Fa male, ma succede. Mi dico: l’importante è continuare a vedere, non perdere la capacità di vedere. Ho gli occhi grandi, a cosa servirebbero se non a vedere. Continaure a guardare per non fare del tunnel ricoperto di specchi anche la mia di prigione. Il mondo fuori dal tunnel è così grande, così vario e fa paura se si è soli a guardarlo, ma per quanto possa essere spaventoso, violento, oscuro sarà sempre più vero di quanto possa essere il tunnel ricoperto di specchi in cui guardo le sagome dei nostri fantasmi.

    WHY ?

    Viale Giulio Cesare angolo via Vespasiano, esco da Feltrinelli. Nella busta due libri di Maurice Merleau-Ponty. Sono felice: ho trovato quello che cercavo, ho consegnato il bancomat alla cassa, ho digitato il Pin e ho avuto indietro il mio bottino. Sto per slegare il motorino, poi vedo un ragazzo che corre, in mezzo alla strada. Due uomini lo inseguono. Il ragazzo corre piano, la paura gli spezza il fiato, la paura gli consiglia di rallentare. Un uomo gli urla di fermarsi, mette la mano sulla pistola. Il ragazzo si butta per terra. Uno dei due uomini gli affonda un ginocchio nel torace, lui urla, non può essere il dolore, urla così forte, non è il dolore che lo fa urlare.
    Dice:
    “No aspetta, aspetta, ti prego”.
    Urla: WHY ?
    Gli mettono, le manette.
    Alzati , alzati ! Perché? Lo sai perché. Alzati. Monta in macchina!
    Sì, Sì. Aspetta, ti prego. Aspetta. WHY ?
    Il ragazzo sale in macchina, si butta sdraiato sul sedile.
    Alzati, che fai?
    Sì, sì. WHY ? WHY?
    Erano circa le 13.30 di oggi, sabato 16 agosto 2008. La macchina in cui è salito il ragazzo era della Guardia di Finanza. C’era un ragazzo vicino a me, straniero, sorridendo ha detto: Giustizia è fatta!

    Vortice

    Bachcu e Rony

    Pubblicato la prima volta in Diario Fotografico di Paola Pavese

    Sono passati tanti mesi, più di un anno. Di loro qualcosa ho capito. La loro mente è veloce, la risposta immediata. I desideri corrono determinati, si intrecciano, si scontrano, si abbracciano. Sono vivi.

    Da prima li ho guardati. Io non sapevo dove andare, loro avevano una direzione, un cammino chiaro davanti agli occhi. Poi ho iniziato seria e commossa a lavorare con loro, l’unica autorità che riconoscevo. Poi con loro ho cominciato a provare allegria. A me piace essere lì dove si combatte, con una visione chiara ma quanto può essere chiara la visione in una battaglia ? Con loro ho imparato proprio questo, di me. Essere lì dove la vita c’era, e se era battaglia essere nella battaglia, se era noia essere nella noia: la vita per me era questo e ora, a metà della mia vita la vita sono pronta a viverla.

    VORREI SENTIRMI A CASA

    Vorrei sentirmi a casa. Vorrei vivere le mie giornate dentro un caldo, fresco involucro.

    Una casa.

    Vorrei sentire le strade che guardo casa mia. Vorrei che le persone intorno a me mi fossero famigliari. Vorrei che parlassero una lingua che riconosco come mia. Vorrei essere un essere umano accolto come tale da altri esseri umani, in un ambiente costruito da tutti noi.

    Un essere umano: un essere naturale che vaga cercando di portare fuori ciò che ha dentro, senza venire meno alla sua natura.

    Vorrei vivere un luogo che non fosse troppo pulito, o troppo sporco, troppo ordinato senz’altro no. Un luogo dove ci fosse posto per ciò che siamo e non solo per ciò che dobbiamo fare. Roma un tempo era la mia casa, e Trionfale la mia cameretta. Devo con pazienza ricostruire il mio legame con questa città ed i suoi abitanti, fuori dal triste quartierino dove me ne sono andata ad abitare. Devo farlo. Uscire la notte per le strade del centro. Andare la mattina al mercato di Trionfale e di giorno a di sera costruire con Bachcu e tutti gli altri stranieri di questa città sgambetti e trabocchetti per chi crede di sapere come Roma debba imbellettare la sua faccia per bene.

    …E poi andarmene a fare kendo con chi quei trobocchetti verrà a stanare!

    Se sentissi mia questa città, mio questo mondo, sarebbe più facile. Sentirei di avere diritto a dire la mia, a combianarne delle mie, a fare qualche guaio e a compiere anche gesta da ricordare. Potrei vivere.

    La Fatina della rete in difficoltà: il caso www.harukimurakami.wordpress.com

    A luglio, credo, ho creato un sito che voleva essere un diario di lettura dei romanzi di Haruki Murakami. Avevo appena finito di rileggere per l’ennesima volta il primo capitolo di Dance Dance Dance e ne avevo tratto tutta una serie di considerazioni. La lettura di quel romanzo aveva creato dentro di me come un precipitato di tutte le letture, le suggestioni che da lungo tempo andavo collezionando.

    • Il Giappone, che avevo consciuto tramite il Kendo, quello teorico delle parole dei Mestri e quello tangibile di Minami che ti salutava prima di tornare a Fukuoka con con le mani che abbracciavano le tue mani e quello struggimento leggero e profondo nei suoi occhi dentro i tuoi. (Niente di sentimentali, che vi credete! Era solo che finiva la sua vita europea e andava a cercare lavoro a casa sua. Andava a sposarsi a fare bambini, una vita si chiudeva e un’altra cominciava.)
    • Il buddismo che legge il mondo con la chiave dell’ineterdipendenza e della responsabilità, che mi aveva affascinata, conquistata sin da quando avevo letto La fatttoria biologica di Masanobu Fukuoka (ancora Fukuoka, che strano, non me ne ero mai accorta…). Avevo comprato quel libro per trovare ricette imprenditoriali, all’epoca ero dedita al ripiegamento tattico nel terzo settore, e mi ritrovavo tra le mani una visione dell’universo. Dopo la lettura di quel libro ho cercato su internet cosa ci fosse di buddistico a Roma e ho trovato un Lama francese a due passi da casa mia. Due passi. Sono stata nel suo sangha qualche anno, ci sono stata bene, si respirava un’aria di grande libertà, di sperimentazione. Poi è finita, ma il concetto di interdipendenza è rimasto nella visione che ho del mondo.
    • E poi le letture, faticosamente portate avanti e ancora nebolose sulla relatività, sulla fisica quantistica, sul tempo, sullo spazio, sull’Universo in espansione e sulle sue leggi autoprodotte.
    • E le mie esperienze, le mie difficoltà a trovare un posto nel mondo, un posto che sentissi mio, in cui mettere radici per poi andare avanti.

    Tutto questo era presente, era, Dance Dance Dance. Quando ritrovo i miei pensieri, la percezione che ho del mondo nella mente di un altro, nei suoi atti, nel suo essere riuscito a combinare qualcosa di buono – Diamine! ha scritto un libro, un bellissimo libro, tradotto in tutto il mondo, partendo, in parte, dai pensieri che ho anch’io, che ci rendono difficile e così interessante la vita in nostra compagnia! –  Quando ritrovo tutto questo, dicevo, provo una grande gratitudine e un grande senso di liberazione, un’allegria che mi dà la possiblità di metermi a lavoro. E così ovviamente ho fatto un sito: Haruki Murakami, per me

    Quello che segue e il post che ho pubblicato ieri note sul sito.

    IL TEMPO, MURAKAMI E TIZIANO TERZANI

    Ok, non sono stata ai patti, non ho scritto nulla su Dance Dance Dance Ho lasciato che passassero settimane e non ho scritto nulla. Forse non avevo voglia di fare il lavoro certo- sino che mi ero propo- sta.  Un capitolo a setti- mana: rileggere, sottoli- neare, chiosare e trar- ne delle annotazio- ni. Una parte di me lo sentiva come un noioso esercizio di presunzione. E poi c’è stato altro.Presa dalla foga della fan neofita mi sono fiondata in libreria  e ho comprato un altro romanzo di Murakami, contravvenendo a due, preziose, regole. Una me l’ ero data io stessa: la prima lettura andava fatta sui volumi delle Biblioteche del Comune di Roma, emerita istituzione che mi fa sentire cittadina di una repubblica socialista sovietica. Migliaia di volume a disposizione, gratuitamente, di chi li vuol leggere. Lettura gratuita, dunque, e che impedisce qualsiasi intervento di penna o matita sul volume. Lettura di immersione. La seconda regola, non mia, ma che forse il buon senso doveva suggerirmi, era quella di far passare un po’ di tempo, di dare un po’ di respiro perché Dance Dance Dance si sedimentasse nei miei pensieri, prima che un nuovo romanzo cercasse di trovare spazio nella mia mente.

    Dunque, lettura azzardata di un nuovo romanzo: La ragazza dello Sputnik.

    Nel nuovo romanzo non c’era nulla da sottolineare. L’ ambientazione, glamour, era deludente, eppure… Non ho mai letto niente di più triste. Niente che mi riportasse con simile precisione al nodo della mia tristezza: la solitudine, la condanna ad una solitudine che può essere guarita da un solo essere vivente, unico, preziosissimo esemplare della razza umana che sa radicarci alla realtà, che ha il dono di aprirci alla vita.

    La lettura de La ragazza dello Sputnik mi ha lasciato in uno stato di prostrazione che in agosto, io, non posso permettermi. Agosto lo passo a Roma, da sola, completamente sola. Ho deciso quindi di tenermi lontana da qualsiasi cosa fossa riconducibile a Murakami e di buttarmi nella lettura di Tiziano Terzani. T.T. è una compagnia che mi rasserena. Leggere i suoi libri è per me come starmene al caffé a sentire i racconti eccessivi di un uomo dominato dalle sue passioni eppure estremamente onesto, sincero e dotato di un amore per la vita che può curare qualsiasi mia evaporazione.

    E qui arriviamo al punto.

    Da sempre soffro di un fenomeno che quando ero piccina era un vero e proprio disturbo di percezione spazio temporale. All’epoca lo chiamavo Velocite. Mi succedeva invariabilmente quando mi trovavo da sola, mi sentivo sola. Era un sensazione che si insinuava dentro di me e da cui nelle prime fasi potevo uscire con le mie sole forze, ma che in un secondo momento non riuscivo più a controllare. Allora dovevo ricorrere a mia sorella. A volte bastava la sua voce, a volte era necessario che mi prendesse la mano, che mi sfiorasse un braccio. La Velocite era una sensazione paurosa ed affascinante. Ciò che accadeva intorno a me, da prima al mio esterno, poi nei miei pensieri, diventava contemporaneamente molto veloce e molto espanso, lento. Le sensazioni tattili mi rimandavano la percezione che le parti del mio corpo fossero molto piccole e nello stesso tempo immense. Crescendo, sono guarita dalla Velocite,  è subentrata, però, la sensazione di evaporare, di perdermi, di svanire, di perdere il contatto con la realtà così com’è. Quando mi sento sola, quando non so dove siano le persone che mi legano a questo mondo, ho la sensazione di essere un palloncino che rischia di scomparire nel cielo, ho bisogno che la mia Fata Turchina faccia il suo incantesimo e comparendo mi leghi a questo mondo. La mia Fata Turchina ha i baffi ed è un uomo sensibile, ma pratico e mi ci è voluto molto per convincerlo che i miei stati di evaporazione non erano capricci molesti, ma moleste esperienze con cui combattevo ogni giorno e che solo a volte mi trovavo costretta a ricorrere al suo aiuto. Ma questa è un’altra storia.

    Dopo aver letto molte pagina in compagnia di T.T. in questo ennesimo, terribile agosto, dopo aver passato giorni interi senza avere contatti con nessuno, sono arrivata ad una conclusione, o meglio ad uno spiraglio di realtà interessante, rasserenante.

    Ho capito quanto sia prezioso lo scorrere del tempo: il passato, il presente e il futuro, il tempo tutto insieme, a formare la tua esperienza, a permetterti di esistere. Ho capito quanto tutto questa succeda, inesorabilmente, e che basta accorgersene per essere più tranquilli. Ho sempre percepito il presente come un incursore che spara su di te eliminando il passato. Tutto può rinascere in ogni istante, tutto può svanire. Gli altri, i miei legami, quelle persone che contro ogni mia previsione profonda, restavano, sono restati erano tutto ciò che rendeva la mia vita un procedere dal passato al presente, forse verso il futuro, ma io, da sola, non riuscivo a percepire la realtà del tempo. Leggendo Murakami e poi Terzani, ho visto altre vite, ed è stata una grande lezione. Murakami, come me, ha bisogno di quei preziosi e rari legami per avere accesso al presente, nella sua brillantezza. Murakami, come me, ha accesso a diversi mondi temporali e da solo non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. Lievemente, da Giapponese qual è, aspetta che qualcuno arrivi e gli apra le porte di un mondo di cui lui non ha le chiavi. Condividere la stessa difficoltà nel vivere con qualcuno, è un passo importante. Ti fa sentire più forte la tua natura di essere umano, di dà spunti per capire ciò che ti succede e quale sia la direzione in cui cercare. Tiziano Terzani, solo alla fine si è trovato a farsi domande sulla propria natura e intanto ha vissuto, ha vissuto la Storia, l’ha cercata, annusata, ha lasciato che gli stravolgesse l’esistenza, l’ha cercata poi in tutto ciò che la vita gli aveva regalato, ha cercato il filo della Sua storia. Ha sempre vissuto nel tempo, nel cambiamento come nella sedimentazione, e con questo ha avuto in dono la varietà, la molteplicità dell’esistenza. Ho creduto di vedere nella sua vita quest’insegnamento, lo stesso che è racchiuso nelle pagine di Dance Dance Dance: solo se accetti che la tua esperienza si snodi nello scorrere di questo universo temporale, in cui il passato, il presente e il futuro sono collegati con un ritmo ben preciso, solo se danzi, solo se non smetti di danzare al ritmo del tempo che scorre, troverai la strada che ti conduce alla realtà, quella realtà brillante, piena di luce che illumina le mille sfaccettature di cui è composta.

    La Fatina della Rete al lavoro per rinsaldare un’amicizia: www.gruppostatus.com

    Il primo sito a cui ho lavorato è una coopruzione Sorelle Pavese. Antonella, webmaster del blog che state visitando, ha creato la home page in wordpress e ha acquistato il dominio, io ho creato le altre pagine in menù con blogspot.

    Ma cominciamo dall’inizio.

    Anche quella volta era agosto, a Roma non c’era nessuno, Chiara passava le sue vacanze con il papà e io mi sentivo terribilmente sola. Anche Dino era lontano, sperduto in un campus della Pennsylvania a insegnare italiano a giovani jankees. Dino è il mio amico del cuore, anche se non risponde mai quando gli telefono. Non mi richiama neanche… Passiamo mesi senza sentirci e vederci, comunque resta il mio amico del cuore. Il tipetto mesi prima era stato in Kenya, a curarsi il cuore e la mente devastata da una festa a sorpresa peri suoi 40 anni. Il 40° compleanno è duro per molti, impone bilanci e spesso deforma il viso cospargendolo di rughe, borse, e strani incavi che non ricordavi di avere, mentre le masse adipose del tuo corpo decidono che il loro posto non è più sul tuo bel sederone o sulle tue cosce, ma intorno al tuo ombellico, che prima di allora ostentava una piattezza adolescenziale. Bhe, per Dino tutto questo è stato un cataclisma e ha avuto vari risvolti, tra cui il suo viaggio in Africa.

    Ospitato da un’erediteria marchigiana in una città del Kenya sulle rive del Lago Vittoria, Dino ha trovato finalmente l’ispirazione per dare sfogo al suo temperamente artistico, scattando una serie di ritratti ai cilotassisti del posto: i Boda-Boda. Le sue foto erano belle e quando le ho viste ho deciso che il mondo doveva conoscere il suo talento e che sarei stata io a rendere possibile l’incontro. Mi iscrissi allora all’Università Gregoriana. Quando faccio qualcosa mi piace partire dall’inizio, e l’inizio da millenni è stato ricercato in quel Verbo che esiste al principio, prima che il Tempo comparisse all’orizzonte. Scelsi il corso di Studi Interreligiosi, lì avrei appreso qualche elemento in più sulla religione cristiana e sull’Islam ( la Creazione nella Bibbia e nel Corano, interessantissimo!) e, soprattutto, avrei conosciuto il professor Martin Nkafu, docente di molte materie, e custode di un’antica sapienza. Con lui ho appreso l’ ABC del pensiero africano e ho scoperto il caledoscopico processo di formazione dell’identità che si genera dal concetto di Ubunto. Tramite questo concetto l’individuo scopre la propria umanità, la propria identità umana, nello sguardo che l’altro gli rimanda di sé e nell’occasione che l’altro gli dà di agire con generosità e altruismo.

    L’Ubunto allora, non era altro che la trasposizione africana  di Danny The Dog!Lo svelamento di sé nello sguardo dell’altro. E il bisogno che abbiamo dell’altro e del suo riconoscimento non era altro che l’esigenza profonda di vedere riconosciuto il nostro Status, i nostri talenti, che poggiano sulla nostra natura più pura e profonda.

    Il Gruppo Status era nato. Dino avrebbe avuto la sua mostra e Nkafu sarebbe stato il relatore. Io l’avrei organizzata, curata e presentata.  E così è stato. Nella realtà come nella rete!

    La Fatina della Rete

    E’ molto tempo che non  scrivo più su questo sito. E’ che ho avuto un gran da fare, sempre in giro per la Rete. Crea un sito di qua, crea un sito di là… Qualsiasi idea mi venisse in mente si trasformava in men che non i dica in una nuova pagina web. Ho creato siti per rinsaldare amicizie, per ringraziare conoscenti, per militanza politica, per folgorazione spirituale, per improvvisi e pervicaci passioni culturali. Mi sono anche dotata di una nuova identità, quella della Fatina della Rete. Il fatto è che fare siti, utilizzando le piattaforme dei blog gratuiti è piuttosto facile. Blogspot ti permette d inserire qualsiasi cosa ti venga in mente: video, immagini, album fotografici, contatori, codici Java che magicamente fanno comparire effetti speciali – qualsiasi cosa! – e senza che tu debba conoscere nulla riguardo a linguaggi informatici o simili. WordPress all’inizio era un po’ troppo ingessato, con quest’idea del blog come un grande rullo, ma piano piano sta diventando più malleabile, se non altro ti permette di aggiornare le pagine senza dover aspettare una settimana. Perché, diciamocelo, WordPress è un po’ carente in quanto ad effetti speciali, ma in fatto di eleganza non lo batte nessuno!

    E così, vagando di sito autoprodotto in sito autoprodotto, ho scoperto la mia natura caledoscopica e ovviamento ho scritto un post sull’argomento, mi cito:

    La Rete dà la possibilità, a chi ama scrivere o fare foto o qualsiasi altra cosa, di mostrare ogni volta un pezzo di sé. Mostrare è un po’ come dare alla luce, come dar vita, ad ognuno di questi aspetti che dentro di noi attendono di poter vivere e agire ed entrare in contatto con il mondo che è fuori.

    11 Aprile: con Mannan nel cuore

    Foto di Catherine Grau Roma, Piazza Marranella, quartiere di Tor Pignattara, manifestazione delle comunità immigrate per ricordare Abdul Mannan. Mannan è stato ucciso il 7 aprile 2006 perchè un uomo italiano non tollerava di vivere in palazzo di immigrati, non tollerava l’idea che la famiglia di Mannan avesse comprato un appartamento e portasse avanti la sua vita, così vicino a lui. Giannetto Mazza, l’assassino, è un uomo sfortunato, ha avuto la poliomielite ed è rimasto zoppo, è un uomo violento, ha già ucciso, ha la passione per armi e la polizia anni fa gli ha trovato un arsenale in casa. Le autorità erano al corrente delle le tensioni tra vicini. Sarebbe bastata una maggiore considerazione di questi fatti per evitare la morte di Mannan.
    Dopo l’omicidio, Giannetto Mazza è fuggito, arma in pugno, lasciando un morto a terra e il terrore tra i famigliari di Mannan. Le forze dell’ordine non hanno garantito protezione alla famiglia neanche in questa circostanza. Prima che l’assassino fosse catturato li hanno lasciati soli, a proteggerli sono rimasti i membri della comunità bengalese che in piena notte li hanno portati via, in un posto più sicuro.
    Nessuno ha ancora avuto il coraggio di dire alla moglie di Mannan che suo marito non c’è più, che non respira più. Le hanno parlato di un problema al cuore, di un ricovero in ospedale e ancora oggi lei crede che lo riabbraccerà.
    Tor Pignattara è tornata a vivere con gli immigrati, con i loro bambini. Bambini nati in Italia, che parlano perfettamente italiano, che tifano per la Roma o la Lazio, ma che non sono cittadini italiani, per la legge. Tor Pignattara rivendica la sua capacità di convivenza costruita da sempre: qui, da più di 50 anni, ha trovato casa chi è venivato a cercare lavoro dal Sud, d’Italia o del Mondo. Questo è un quartiere popolare, dove lo stipendio non basta ad arrivare alla fine del mese ai bengalesi come agli italiani, ai cinesi come agli indiani. Eppure anche qui ha fatto breccia il razzismo. Il razzismo, arma che divide, si può innescare: è solo questione di tempo e ci sarà chi, più disperato, più solo, più spaventato di altri deciderà di fare del male a chi ha qualcosa di diverso da lui. L’onorevole Cossiga non ha trovato di meglio da fare il 13 marzo che inviare una “lettera aperta ai talebani” indirizzandola alla moschea di via Marranella 68, nel cuore di Tor Pignattara e la stessa moschea è stata perquisita da una decina di individui armati, volto coperto dal passamontagna, senza che nessuno esibisse un mandato. Il resto lo fa stampa, ogni giorno.
    Le comunità degli immigrati vogliono che il sangue di Mannan non si perda, che il suo ricordo serva ad unire i lavoratori italiani ed immigrati, per la dignità di tutti.
    Mannan vive nel nostro cuore. Siamo tutti fratelli e sorelle di Mannan. Galleria delle foto di Catherine Grau

    Luglio 2005 – la mattina dopo l’allenamento di fine stagione a Lavinio

    Forse dovrei fare pace con la mia indisponibilità alle gite in comitiva, ai viaggi in piccoli e grandi gruppi ecc.. Non me li posso permettere. Non ci sto bene. Mi lasciano strascichi d’ansia e minano il mio amor proprio. Il fatto è che non conosco il mio posto all’interno di un gruppo quando il luogo mi è estraneo. Perché sento la mancanza del mio completamento. Da sola non sono uno. Ho bisogno di muri. Quando sono in coppia l’altro è la mia pelle. La membrana traspirante che mi contiene. Quando sono in un luogo familiare i muri delineano la mia identità. Anche l’aria di Roma va bene. Roma è la mia casa. Ma fuori Roma qualcosa dentro di me tracima. Mi disperdo e comincia l’opera del due. Divento un due. Invece di essere un uno che comunica con il mondo, mi sdoppio e comincia il gioco al massacro tra me e me. La parte che esce da me mi scruta, mi giudica e la parte che resta piagnucola, a volte si ribella, ma dura poco. Poi torna l’ansia, la paura, la mancanza. E’ un modo dell’essere senza pelle che ti chiude al mondo. Ti rende incomunicante. Come se la pelle si allontanasse da te e si trasformasse in una grande bolla ricoperta da mille occhi che ti scrutano e ti impediscono di guardare all’esterno. Restare con gli altri diventa allora una prova di coraggio, acchiappare una palla un’impresa, ridere un complicato esercizio di solfeggio. La mia pancia in tutto ciò si gonfia, perché il malessere fisico in questi casi non deve mai mancare e i miei abitatori occulti si moltiplicano. Forse dovrei mettermi in un cantuccio e ripetermi fino a convincermene: Tu sei uno, in te ci sono tutte le parti, la tua pelle e li che respira, c’è il dentro e c’è il fuori, c’è il fuori e c’è il dentro.

    Pagina successiva »